Calliope · NarrativaRacconto in corso

Kadosh

Adam vive a Tel Aviv, tra un passato che non riesce a ricostruire e una figlia con cui cerca di ritrovarsi.

1

Il pugno non l’ho visto arrivare. Non li vedi mai arrivare.

Un gancio del cazzo da sotto a sopra non lo vedi arrivare e non lo eviti.

Ma il coglione che ho davanti ha più alcol di me addosso e non sa picchiare.

Mi ha fatto male ma non sono andato a terra.

Io invece so picchiare. Nell’esercito mi hanno insegnato a farlo bene, a fare male.

Il coglione se ne ricorderà a lungo.

Prendo anch’io un bel po’ di calci in culo quando i suoi amici mi saltano addosso e i buttafuori ci scaraventano tutti in strada, come sacchi di spazzatura.

Resto seduto sul marciapiede. Il sangue sa di ferro. La testa rimbomba.

Il telefono vibra.

Non lo sento subito. Vibra di nuovo. Lo tiro fuori.

Noa.

Smette di vibrare.

Non richiamo.

Mi chiamo Adam e vivo a Tel Aviv. Ho trentanove anni. Bevo troppo. Non da sempre.

Sono nato nel luglio del 2024. Mia madre è morta il giorno in cui sono nato. Questo lo sanno tutti. Il resto no.

I miei venerdì sera finiscono sempre così. Non tutti. Non quando il giorno dopo vado a prendere Noa.

Noa ha quattordici anni. Ne aveva cinque quando io e sua madre ci siamo separati. È rimasta con lei. È stato giusto così.

Quando ho il sabato con lei, la sera prima resto a casa. Ieri sera non l’ho fatto.

Sono le undici del mattino. Il telefono squilla ancora.

Non è Noa. È sua madre.

«Dove cazzo sei?»

Non dice buongiorno. Non lo fa mai. Non serve.

«Noa ti aspetta da due ore. Ti ha chiamato ieri sera per ricordartelo. Ti ha chiamato stamattina. Ti ha chiamato adesso. Con te finisce sempre così.»

Non alza la voce. Anche questo non serve.

Guardo il sangue secco sulle nocche.

Non dico niente.

Riaggancia.

Una volta non era così.

Facevo ancora il medico al pronto soccorso e cercavo sempre di evitare il turno del fine settimana.

Il sabato era solo per me e Noa.

La mattina presto la portavo al mare, d’estate o d’inverno non importava. La portavo al mare e passeggiavamo lungo la Tayelet, il lungomare di Tel Aviv, per ore.

Parlavamo di tutto.

Io non sono mai stato bravo con le parole. Lei aveva un suo modo di tirarmele fuori.

Un giorno mi chiese: - «Abba, il mare finisce?».

Il mare le spruzzava qualche goccia sul viso.

«Sì, Noa. Ha-kol nigmár. Tutto finisce».

Lei scosse i suoi capelli biondi, quasi volesse scrollarsi l’acqua di dosso.

Mi guardò incredula.

Ma davvero tutto finisce e quella fu l’ultima nostra passeggiata in riva al mare.

2

Ora lavoro come responsabile della sicurezza in un resort della Gaza Riviera, a Khan Yunis, per l’esattezza. Del mio passato da medico resta poco: me ne ricordo solo quando devo spiegare alla mia squadra le procedure di primo soccorso. Come fermare un’emorragia. Come aspettare un’ambulanza senza fare danni. Nient’altro.

Era l’unico lavoro che mi hanno offerto dopo il mio crollo nervoso. Me lo tengo stretto. Ma non sopporto questo posto. La festa perenne. L’esibizione continua dei corpi perfetti. I turisti che vengono da ogni parte del mondo. Per loro qui o altrove è lo stesso. Sole, musica, sesso, droga scadente e alcol. Una settimana di niente. Senza pensare a nulla. Io non ci riesco.

Prima che io nascessi questa zona era un’altra cosa. Così dicono. La guerra scoppiò l’anno della mia nascita, o quello prima. Non lo ricordo mai. A scuola ne parlavano poco. Poi venne la pace. E si cominciò a costruire.

“Qui prima era solo un deserto”, mi dicono. Ma perché, adesso cos’è?

A quel tempo i miei nonni vivevano non lontano da qui, a Sderot. Poi si sono trasferiti a Herzliya, un po’ sopra Tel Aviv. Un’ora buona di macchina da qui. Sufficientemente lontano per limitare le mie visite alle feste comandate. Pesach, Rosh Hashanah, poco altro.

Io sono cresciuto con i miei nonni. Sono loro la mia famiglia. Da quando mia madre è morta sino a quando sono partito per il militare, nella Brigata Golani, la loro casa è stata la mia casa. L’ho sempre odiata. Un odio senza ragione. Sino a quel giorno.

3

Quando torni sobrio, ti riprometti sempre di smettere. Anche mio nonno faceva così.

Da ubriaco però era quasi divertente. Era l’unico momento in cui parlavamo un po’ di tutto.

E potevo chiedere qualcosa di mia madre. Sempre qualcosa in più. Costruivo un mio mosaico in testa. Piano piano. Dovevo essere bravo a cavargli i tasselli dalla bocca, prima che cominciasse a biascicare. Prima che arrivasse mia nonna a portarselo via, senza neppure guardarmi in faccia.

Lei non mi guardava mai in faccia.

Mai.

Maya, mia madre, era rimasta incinta durante il servizio di leva. Forse mio padre era un suo commilitone, forse no. Questo mio nonno diceva di non saperlo; diceva che Maya non ne voleva parlare.

Ma lei volle tenere il bambino, anche senza un marito. Perché chi se ne frega dei padri e dei mariti.

Ho solo una sua foto, in mimetica, mentre ride in mezzo a un gruppo di altre soldatesse che fanno le boccacce.

Nessuna sua foto di lei ragazza, di lei incinta, di me bambino.

Un buco nero, un impenetrabile muro di silenzio, che solo l’alcol riusciva a scalfire.

4

Oggi mi vedo a pranzo con Noa. Mi ha perdonato per l’ultima volta. O almeno così voglio credere io.

Dimostra più dei sui quattordici anni. Una giovane donna. Identica a mia madre, in quella sua unica foto che mi tengo stretta.

(Continua?)