Durante la guerra mio padre fu recluso nei pressi di Poznań, in una struttura per detenuti politici. Mia madre e io, invece, finimmo in un campo di internamento per stranieri, a Łódź.
Furono i tre anni più felici della mia infanzia.
Ancora oggi non so perché mio padre venne arrestato. A parte qualche improperio urlato contro il governo quando beveva, non ricordo che avesse mai formulato un pensiero politico degno di questo nome.
Il campo era, prima di tutto, un luogo ordinato. Regole chiare, da rispettare. Questo mi piaceva. Per la prima volta mangiavo con una certa regolarità - poco, ma mangiavo, e non era neppure cattivo - e dormivo sempre alla stessa ora.
Certo, non tutto filava liscio. Quello che temevo di più erano alcuni internati: strani, talvolta apertamente folli. Non saprei dire se lo fossero già prima della guerra o se lo fossero diventati dopo, tranne forse nel caso di Viktor. Prima di arrivare a Łódź, Viktor aveva combattuto in Russia. Era stato catturato e rinchiuso per mesi in un campo di concentramento; non seppe mai dirmi dove fosse. Ricordava però perfettamente la fame. Una fame devastante. E la ricerca quotidiana di qualunque cosa fosse commestibile. Qualunque cosa. Qualunque. Mi raccontò di quando mangiarono il corpo scarno di un commilitone morto da poche ore, consumato dall’inedia. Per arrivarci dovettero prima picchiare a sangue il fratello, che lo aveva vegliato fino all’ultimo e si rifiutava di lasciargli profanare il cadavere in quel modo.
Tolleravo soltanto la compagnia di Adam, un bambino più o meno della mia età. Non lo sentii mai pronunciare una parola. All’inizio pensai fosse sordomuto, ma sentire, sentiva. Non parlava e basta. A me andava benissimo così. In qualche modo ci capivamo. In qualche modo sapevo che anche lui preferiva la vita nel campo a quella di fuori.
Fu durante uno dei nostri lunghi pomeriggi silenziosi che accadde qualcosa destinato a cambiare la mia vita - e certamente anche la sua - per sempre.
Fu allora che incontrai per la prima volta il demonio. E il demonio mi apparve sotto forma di un piccolo gattino.
O meglio: il gattino era l’esca. Io dovevo essere la preda.
Stavamo gironzolando attorno alla baracca della mensa e il gattino era lì: bianco, nero e marrone. Adam lo accarezzò, poi tirò fuori dalla tasca una crosta di formaggio dall’odore rancido, chissà da quanto tempo la teneva con sé. La spezzò e offrì al gatto la parte meno corrotta. L’animale si mise a mangiare tra le nostre gambe.
E allora il pensiero mi travolse. Violento. Dolcissimo. Schiacciarla. Frantumare quella testolina fragile con un colpo di tallone. Osservare il silenzio che ne sarebbe seguito.
Ma non potevo farlo. Una parte di me resisteva alla seduzione di quel nuovo gioco.
Arretrai di un passo, chiusi gli occhi per un istante e udii un tonfo. C’era ora un masso al posto della testa del gatto. Una macchia scura, chiazzata di grigio, tutt’intorno. Le zampette che scattavano ancora, a vuoto.
Adam le fissava, immobile, un lieve sorriso sulle labbra.