Calliope · NarrativaRacconto

Ordine e disordine

Trieste, 1906. Un funzionario robotico dell’Impero indaga sui disordini degli uomini.

Trieste, settembre 1906.

Konrad si guarda ancora allo specchio.

Nel suo alloggio non dovrebbero esserci specchi. Non per lui.

Ma è un alloggio provvisorio. Probabilmente prima di lui ci ha vissuto un essere umano.

Konrad è un robot.

È stato trasferito a Trieste da pochi mesi. Più che trasferito, spostato, come si fa con un oggetto. Senza riguardi. Traslocato da una cittadina della Galizia Orientale, dove ha prestato servizio per anni.

Konrad non è il suo vero nome. Non ha un vero nome. Ma un nome è necessario. Ed è necessario che sia facile da pronunciare da chiunque abiti il vasto Impero dove ha l’onore di servire come funzionario robotico.

Eccolo ora a Trieste. L’incarico è prestigioso. Capo distrettuale dell’Ufficio per gli Affari Umani. L’immensa, planetaria struttura che da quasi un ventennio gestisce con accortezza i delicati equilibri tra uomini e robot.

Da quando, cioè, nel corso della spettacolare Esposizione Universale di Parigi del 1889, i governi riuniti dei popoli mondiali hanno giurato, ai piedi della Torre Eiffel, di porre fine alle inutili stragi che avevano insanguinato la storia umana. La Carta dei Diritti Universali degli Uomini e degli Esseri Automatizzati firmata solennemente in quell’occasione riconosce l’incapacità degli uomini di risolvere in modo pacifico le loro controversie e ne affida le sorti ai robot e ai loro cervelli positronici, nuova e miracolosa tecnologia che ora, grazie al patto sancito dalla Carta, era accessibile a tutti i popoli della Terra.

Da allora, i robot amministrano saggiamente gli uomini e gli uomini, liberati finalmente da questo inutile peso, possono finalmente assurgere alla grandezza che la loro natura reclama.

Vent’anni dunque da allora. Qualcosa ha funzionò come previsto, qualcos’altro no ma l’equilibrio, con qualche aggiustamento, tenne. Si comprese ad esempio che i robot erano in grado di esaminare, con attitudine di entomologo, le vicende e financo le passioni umane, senza mai afferrare pienamente il nodo delle questioni ultime, spesso perché incomprensibile agli stessi uomini. Si decise poi (anzi, loro decisero i robot, facendo poi finta per delicatezza di condividere la scelta con gli uomini) di creare un ufficio speciale, l’Ufficio per gli Affari Umani, appunto, con l’incarico di investigare quei fatti particolarmente curiosi e incomprensibili, per lo più di origine criminale, che mettevano a dura prova i potenti algoritmi dei robot.

Non ogni robot poteva ovviamente essere destinato a un così complesso lavoro. Occorreva esperienza, conoscenza e quel guizzo dell’ingegno robotico che solo alcuni esemplari, per ragioni non del tutto chiare, presentavano sin dalla loro immatricolazione. Konrad era uno di questi rari modelli e aveva già dato ottima prova nelle sue capacità, servendo nei quattro angoli del pianeta, assegnato, da ultimo, all’Impero austro-ungarico, dove la convivenza di così tante etnie richiedeva doti di analisi particolarmente sviluppate.

È dunque a Trieste da alcuni mesi quando giunge al suo ufficio - uno scantinato, completamente sotterraneo e privo di luci, a due passi da Piazza Grande, quindi perfetto per il suo lavoro - un cablogramma da Duino, la vicina cittadina balneare.

Il cadavere di un professore di fisica di Vienna, tal Ludwig Boltzmann, è stato ritrovato penzolante da una trave della sua camera d’albergo. Un suicidio, apparentemente, dunque di competenza della locale polizia. E non basta la mancanza della coreografia classica per questo genere di situazioni, come la rituale lettera di spiegazioni accanto al corpo, per sollecitare l’intervento di Konrad. Certo, a un robot inesperto il fatto che avesse commesso il suicidio trovandosi in vacanza con la moglie e la figlia sarebbe suonato quantomeno bizzarro ma Konrad ha da tempo compreso che la follia degli uomini conosce percorsi che il suo cervello positronico deve soltanto limitarsi ad accettare, senza davvero cercare di comprendere.

Ma questo Boltzmann non è un semplice professore suicida. Boltzmann - così spiega il cablogramma – lavorava da tempo ad una sua curiosa rilettura del secondo principio della termodinamica; pensava e ripensava, rifletteva sino a struggersi (“certe volte lo trovavo per terra, rannicchiato come un topo, svenuto dal troppo studio”, riferisce Henriette, la moglie, che forse in cuor suo è contenta di essersi liberata di un così eccentrico compagno).

Ragionava sull’entropia.

Voleva andare a fondo.

Voleva conoscere.

Voleva comprendere.

Ma voler capire fino in fondo, sino a risolvere il mistero, è stata la causa di ogni male dell’umanità.

Konrad lo sa bene e la sua missione è appunto indagare a fondo questi casi.

E impedire che si ripetano.

A settembre Trieste cambia pelle. Non c’è ancora la dura bora invernale ma l’estate si può dire già finita. Per Konrad non fa differenza alcuna ma lo studio degli effetti della meteorologia sul carattere delle persone fa parte del dominio di conoscenza base con cui ogni automa della sua classe veniva messo in servizio e a questo lui aggiunge quel suo particolare sguardo sugli uomini, una scintilla d’introspezione forse.

In quegli anni cambiava pelle anche l’Impero.

(Questo era l’incipit di qualcosa su cui forse tornerò. O, più probabilmente, no.)