Urania · Scienza · Diario di un esperimento12 ottobre 2026

Perché diavolo non cade

Una domanda guardando un albero, un modello messo alla prova e il tassello della propriocezione vegetale.

Questa mattina, guardando dalla finestra le maestose fronde dell’albero di fronte a casa, mi sono chiesto: come fa a stare in piedi? Come riesce a sostenere il proprio peso, a reggere il vento e a correggere la propria forma mentre cresce?

Ho chiesto a Estia, la mia fidata AI, che mi ha parlato di gravitropismo: l’albero percepisce la gravità e orienta la crescita di conseguenza. Ma la spiegazione non mi convinceva del tutto. Così abbiamo costruito e messo alla prova un piccolo modello matematico.

Nel modello, la crescita e la risposta alla gravità, da sole, non bastavano sempre a mantenere stabile la struttura: in alcune configurazioni compariva il cedimento. Mi sembrava mancare un controllo della postura, capace di collegare la curvatura a una risposta correttiva.

Approfondendo, ho scoperto che è proprio una delle questioni su cui la ricerca sta indagando: la propriocezione degli alberi, cioè la capacità della pianta di percepire la propria forma e reagire alle sue deformazioni. Studi recenti mostrano che questa percezione è collegata alla formazione del legno di tensione, che può contribuire a raddrizzare il fusto. Ma il modo preciso in cui la pianta rileva la curvatura e attiva la risposta è ancora da chiarire.

Il riferimento è lo studio di Caulus e colleghi, pubblicato su New Phytologist nel 2026.

È stato curioso vedere affiorare nel nostro test, ingenuo e molto semplificato, proprio quel tassello sul quale la ricerca sta cercando di fare luce. Il modello non dimostra nulla sul funzionamento reale degli alberi; mi ha aiutato, però, a formulare una domanda migliore.

E ne lascia aperta un’altra, più ampia: come può un sistema vivente coordinare le proprie parti senza un centro di controllo evidente? Stefano Mancuso sostiene da anni che negli alberi esista una forma di intelligenza nascosta. Nascosta non tanto nei loro comportamenti — a tratti così efficaci da apparire intelligenti, quasi consapevoli — quanto nel supporto biologico che li rende possibili, che non conosciamo ancora fino in fondo. La crescita che si corregge è un esempio suggestivo, ma non prova una consapevolezza dell’albero. Un accostamento, non un’equivalenza, viene spontaneo con la coscienza umana: conosciamo il suo stretto legame con l’attività cerebrale, eppure il modo in cui questa attività dia luogo all’esperienza soggettiva rimane una questione aperta.

L’esperimento originaleIl modello con i possibili cedimenti