Adler, riprendendo una frase di Wordsworth, dice che «il bambino è il padre dell’uomo».
Per lungo tempo, però, la psicologia del bambino e il suo mondo interiore sono stati ignorati.
I bambini sono stati allevati, educati, disciplinati, preparati a diventare adulti e anche a morire. Ma quanto ci si è interrogati sul loro modo di pensare, sulla forma della loro esperienza, sui significati che attribuivano a ciò che accadeva? Anche ripensando alla letteratura e alla filosofia, mi colpisce quanto poco spazio sia stato dedicato alla loro interiorità rispetto a quella degli adulti.
Persino gli animali delle favole avevano una voce, intenzioni, ragionamenti. Forse era più facile immaginare una volpe che pensa come un uomo che comprendere un bambino che pensa come un bambino.
Si è dovuto attendere la fine dell’Ottocento perché la psicologia infantile prendesse forma come disciplina scientifica, destinata a svilupparsi pienamente nel Novecento.
È una circostanza che trovo sorprendente: avevamo i bambini davanti agli occhi e abbiamo tardato così tanto a studiarne la mente.
Eppure tutti siamo stati bambini.
È come se l’umanità fosse stata avvolta da una distorsione cognitiva: cercare di comprendere l’uomo guardandolo soprattutto quando era già diventato adulto.
E lasciare in ombra proprio quel bambino che ne era stato il padre.
Una riflessione a margine?
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