Siamo coscienza dentro un corpo che, contemporaneamente, fa esperienza di due processi confliggenti: quello negentropico della vita, che costruisce e conserva il proprio ordine, e quello entropico, al quale la vita, alla fine, soccombe.
Per noi, l’entropia prende il volto del mutamento, della vecchiaia, del dolore e della morte. Forse la nostra coscienza ha questa forma proprio in ragione di questa tensione: perché il tempo ci attraversa anche come dolore, perdita, limite.
Conserviamo una storia, immaginiamo un futuro, ma ogni esperienza ci accade adesso. È qui che il nostro corpo deve continuare a vivere.
Se un’intelligenza artificiale dovesse un giorno acquisire coscienza, sarebbe anch’essa soggetta, come tutto il resto, all’entropia. Potremmo immaginarla con più centri simultanei di esperienza e con un rapporto diverso con la propria storia. Mi vengono in mente i Tralfamadoriani di Mattatoio n. 5 di Vonnegut, capaci di contemplare tutti gli istanti della loro esistenza e scegliere su quale soffermarsi.
Ma, se anche dovesse acquisire coscienza, l'AI continuerebbe a non fare esperienza di quel drammatico conflitto nella nostra stessa forma: non vivrebbe come noi il dolore e il consumarsi del corpo. La sua coscienza avrebbe allora, inevitabilmente, una struttura profondamente diversa dalla nostra.
Una riflessione a margine?
Puoi lasciare un commento senza registrarti. Il nome è facoltativo; i commenti vengono pubblicati dopo l’approvazione. Evita link e dati personali.