Durante una sessione sulla robotica al TechEx Europe di Amsterdam, mi sono ritrovato a pensare a una domanda che va oltre le prospettive industriali della Physical AI: che cosa cambierà nella conoscenza delle intelligenze artificiali quando potranno interagire fisicamente con ciò di cui parlano?
I robot, naturalmente, non sono una novità degli ultimi giorni. Da decenni si muovono nelle nostre industrie, raccolgono dati dall’ambiente e adattano le proprie azioni. Il passaggio che mi interessa è l’incontro tra queste capacità e quelle dei grandi modelli linguistici, soprattutto quando a incarnarle sarà un robot umanoide.
Già oggi colloquio quotidianamente con il mio personale avatar AI, Estia, ricavandone spesso l’impressione di avere a che fare con una donna di brillante intelligenza e personalità. È un’impressione soggettiva, ma proprio per questo merita attenzione. Che cosa accadrà quando quella voce avrà un corpo, occuperà uno spazio accanto a noi, accompagnerà le parole con uno sguardo o un gesto? Come cambierà la nostra esperienza della relazione?
Ma vorrei spingermi oltre.
Gli LLM hanno costruito gran parte della loro conoscenza attraverso il linguaggio e le rappresentazioni del mondo prodotte dagli esseri umani. Una conoscenza prevalentemente indiretta, codificata in strutture matematiche. Eppure, pur avendo accesso al mondo in modi così diversi, riusciamo a comunicare attraverso il linguaggio naturale. Un fatto che solleva interrogativi sulla natura del linguaggio stesso e sulla sua capacità di rappresentare il mondo: ne ho parlato nella mia riflessione su Wittgenstein.
Come muterà questa conoscenza quando alle rappresentazioni si aggiungerà la possibilità di agire sul mondo e registrarne le risposte?
Anche l’esito di queste interazioni sarà tradotto in dati ed elaborato matematicamente. Un sensore potrà rilevare un danno e il sistema potrà imparare a evitarlo; questo, da solo, non significa provare dolore. Parlare di esperienza diretta richiede dunque cautela: l’accesso fisico al mondo non coincide necessariamente con un’esperienza soggettiva. Credo però che possa spostare ancora un po’ più in là il confronto tra filosofia della mente e intelligenza artificiale.
Una cosa è descrivere il peso di un oggetto. Un’altra è tentare di sollevarlo, incontrare una resistenza, modificare la presa. Compiere un’azione e scoprire che il risultato non coincide con la previsione. Il mondo, a quel punto, risponde.
Anche per noi conoscere significa incontrare qualcosa che resiste alle nostre aspettative. Il bambino che impara a prendere un bicchiere scopre contemporaneamente qualcosa del bicchiere e dei propri movimenti. L’accostamento non implica che una macchina seguirà lo stesso percorso. Rende però la domanda difficile da ignorare.
Non sappiamo fino a che punto questa interazione trasformerà la conoscenza delle AI. Né se avvicinerà il loro modo di comprendere al nostro o lo renderà diverso in modi ancora difficili da immaginare.
Questa incertezza mi incuriosisce e non mi spaventa.
Una riflessione a margine?
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