Urania · Tecnologia · Cosmismo16 ottobre 2026

Sul cosmismo, Asimov, critical assets e altre divagazioni

Dai data center alle stelle: una riflessione sulla conoscenza, sulle infrastrutture critiche e sulla concentrazione del potere.

Guardo con grande interesse, anche da autore amatoriale, alcuni video, elaborati con il potente supporto dell’intelligenza artificiale, che immaginano il nostro futuro tecnologico. Atmosfere gotiche, immagini potenti, un’ironia affilata. Alcuni mi sembrano autentiche opere d’arte.

I data center vi compaiono come cattedrali di un mondo malato: divorano risorse, prosciugano il pianeta e custodiscono un potere che ci sfugge.

C’è una sottile ironia nel fatto che quelle immagini arrivino fino a noi proprio attraverso le infrastrutture che mettono sotto accusa. Immagino che non sfugga ai loro autori.

Questo, naturalmente, non rende meno legittima la critica. Rende però più interessante la conversazione, alla quale partecipo facendo subito un’ammissione di conflitto d’interessi: sono un ragazzo del Novecento, cresciuto a pane e Asimov. Faccio fatica a resistere alla fascinazione di un’umanità che, grazie alla propria intelligenza, riesca un giorno a portare la vita oltre il sistema solare.

È una suggestione che ha radici profonde e nobili, venate anche di una forte spiritualità: radici che precedono e sono assai lontane, sotto ogni punto di vista, dalle attuali promesse dei miliardari tecnologici.

Penso al cosmismo russo, a Nikolaj Fëdorov e Konstantin Ciolkovskij.

Ecco: io credo che il “destino manifesto” dell’umanità sia proprio questo. Portare la vita oltre il nostro sistema solare, sottrarla alla sua condanna di morte, inevitabile benché lontanissima nel tempo.

Ma torniamo al dibattito attuale.

Negli ultimi mesi sto approfondendo il settore delle infrastrutture critiche, tra le quali rientrano i data center. I loro costi ambientali meritano un’attenzione concreta. L’evoluzione tecnologica e progettuale sta rendendo più gestibili alcuni problemi associati alle prime generazioni di impianti, anche se certe rappresentazioni, come inevitabilmente accade, resistono più a lungo dei fenomeni che le hanno originate.

Penso, tuttavia, che questo sia soltanto un aspetto — il più urgente, forse, ma non necessariamente il più importante — della questione.

Il vero punto è la concentrazione del potere. È stabilire chi avrà il privilegio di gestire il nostro futuro.

Queste tecnologie potrebbero aiutarci a comprendere aspetti della vita e della coscienza che oggi ci sfuggono. È una possibilità, non una promessa. Ma chi riuscisse davvero a varcare la soglia di queste conoscenze avrebbe nelle proprie mani un potere immenso.

Già oggi, del resto, controllare capacità di calcolo, infrastrutture e strumenti di ricerca significa poter incidere sulle conoscenze che produrremo e sulle scelte che faremo.

La soluzione, dunque, è bloccare tutto? Non credo che sia una strada né percorribile né saggia.

Fermare lo sviluppo di una tecnologia in un luogo non garantisce che essa si fermi altrove. Può invece lasciare quel luogo dipendente dalle conoscenze, dalle infrastrutture e, in definitiva, dalle decisioni altrui.

Credo che la nostra strada debba essere un’altra: comprendere profondamente queste tecnologie, governarle e renderle accessibili a un numero più ampio di paesi, università, ricercatori e imprese. Un accesso che consenta non soltanto di acquistare servizi, ma anche di produrre conoscenza e partecipare alle decisioni.

Non nego l’importanza economica di queste infrastrutture. Non faccio neppure ingenuamente advocacy di un approccio integralmente open source, né credo che una tecnologia diventi innocua per il solo fatto di essere più diffusa. Anche il potere distribuito richiede responsabilità, regole e controlli.

Ma fatico a immaginare un futuro democratico nel quale gli strumenti necessari per comprenderlo e costruirlo appartengano a pochissimi.

E se la strada per arrivarci passa attraverso i data center — oggetti in effetti un po’ bruttini, non lo nascondo — allora la percorreremo.

Una riflessione a margine?

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