Clio · Storia · Economia25 settembre 2026

Il costo della guerra

Monumenti, surplus, break-even calorico e il costo materiale delle imprese collettive.

C’è una domanda che mi ha sempre particolarmente colpito di fronte alle grandi opere monumentali del più lontano passato: come potevano permettersele?

Che senso poteva avere, per società caratterizzate da economie in larghissima parte di sussistenza, intraprendere opere grandiose come Göbekli Tepe o Stonehenge? Mobilitare un numero considerevole di persone per estrarre, trasportare, lavorare ed erigere enormi blocchi di pietra significava infatti aumentare per lunghi periodi il fabbisogno calorico della comunità e, nello stesso tempo, sottrarre quelle stesse persone alla caccia, alla raccolta, all’allevamento o alla produzione del cibo necessario a sostenerla.

Per costruire un monumento occorre produrre un surplus sufficiente a mantenere chi, per un certo periodo, sta costruendo anziché procurare cibo.

Ed è qui che storia, archeologia ed economia possono incontrarsi.

Esiste ormai un vero filone di ricerca, definito spesso architectural energetics, che prova a tradurre le costruzioni antiche in quantità di materiali, tempi di lavorazione e person-hours o person-days. Non pretende di ricostruire esattamente ciò che accadde, ma consente di stimare l’ordine di grandezza dell’investimento sociale necessario alla realizzazione di un monumento.

A questo punto possiamo compiere un passo ulteriore, dichiaratamente speculativo, ma interessante.

Possiamo prendere in prestito dalla matematica finanziaria il concetto di break-even.

Da una parte mettiamo l’investimento: ore-uomo che possono essere convertite, con tutte le cautele del caso, anche in fabbisogno calorico aggiuntivo. Dall’altra proviamo a immaginare un possibile beneficio materiale prodotto nel tempo dall’opera. Per esempio: se un monumento aveva anche una funzione di osservazione e organizzazione dei cicli stagionali — ipotesi plausibile per alcuni complessi — una migliore conoscenza del calendario poteva contribuire, direttamente o indirettamente, a migliorare l’organizzazione della produzione agricola.

Quanto tempo sarebbe stato necessario perché il maggior cibo prodotto “ripagasse” le calorie investite nella costruzione?

Nel piccolo modello che ho provato a costruire con l’inseparabile supporto dell’AI (e sul quale sto ancora lavorando) la risposta cambia enormemente modificando popolazione, produttività, forza lavoro, rendimento agricolo e durata dell’opera. Ed è esattamente ciò che ci si deve aspettare da dati preistorici così incerti.

Ma emerge un risultato concettualmente interessante: in scenari plausibili il break-even può allontanarsi molto nel tempo, fino a coinvolgere più generazioni.

Questo non dimostra affatto che costruire Göbekli Tepe, Stonehenge, Newgrange, le Tombe dei Giganti sarde o i grandi complessi megalitici di Malta fosse “irrazionale”.

Dimostra forse qualcosa di più interessante: stiamo usando una funzione di utilità incompleta.

Quelle comunità attribuivano valore a qualcosa che il nostro foglio Excel non riesce a calcolare: religione, identità, prestigio, coesione sociale, potere, rapporto con gli antenati, rappresentazione del cosmo.

Proviamo ora ad andare un po’ più avanti. E se applicassimo lo stesso ragionamento alla guerra?

Anche una guerra comporta un enorme investimento iniziale nella speranza di conseguire un beneficio futuro. E anche in questo caso possiamo provare a domandarci dove si trovi il break-even.

Naturalmente il calcolo diventa immensamente più difficile. Possiamo contabilizzare armi, soldati, infrastrutture distrutte, produzione perduta, debito pubblico, ricostruzione. Possiamo aggiungere l’assistenza futura ai reduci, gli interessi sul debito contratto per finanziare il conflitto e soprattutto il costo-opportunità delle risorse che non sono state impiegate altrove. La moderna moderna letteratura economica sui costi della guerra prova effettivamente a farlo. Il Costs of War Project della Brown University, per esempio, insiste proprio sulla necessità di includere non soltanto la spesa militare immediata, ma interessi, assistenza ai veterani e costi economici destinati a continuare per decenni.

Resta però qualcosa che nessun modello potrà veramente contabilizzare: quanto vale una vita? Quanto costa una famiglia distrutta? Quanto dura il trauma intergenerazionale che una guerra lascia in eredità?

Il modello, dunque, non è la realtà. Ma può ugualmente far emergere un problema.

Le guerre per le quali è relativamente più semplice immaginare ex post un ritorno materiale sono quelle di pura rapina oppure quelle nelle quali uno dei contendenti riesce a eliminare stabilmente il concorrente e ad appropriarsi della sua posizione strategica.

Pensiamo al caso estremo di Roma e Cartagine. Nel 146 a.C. Roma non si limitò a vincere la terza guerra punica: Cartagine venne distrutta e cessò di esistere come potenza indipendente. Il famoso racconto del sale sparso sulle sue rovine appartiene con ogni probabilità alla leggenda, ma esprime perfettamente il concetto: il concorrente non venne soltanto sconfitto, venne cancellato dalla faccia della terra.

Molto diverso è ciò che accade nei conflitti prolungati di logoramento, nei quali nessuno riesce a conseguire rapidamente una vittoria decisiva. Il costo continua ad accumularsi mentre il punto di break-even viene continuamente rinviato nel tempo. E quanto più lontano si sposta, tanto maggiore diventa la probabilità che il mondo, nel frattempo, cambi e renda irrilevante persino il rendimento per il quale il conflitto era stato iniziato.

Un esempio è lunga conflittualità fra Atene, Sparta e le altre poleis greche. La guerra del Peloponneso non produsse un nuovo ordine stabile: alla vittoria spartana seguirono nuove guerre, nuove egemonie e nuovi rovesci, fino all’affermazione macedone.

Possiamo anche ricordare la secolare competizione tra l’Impero Romano e le grandi potenze iraniche del suo confine orientale. Quel lungo confronto logorò i contendenti che, alla fine, furono entrambi incapaci di affrontare l’espansione arabo-islamica.

Pensiamo infine alla Guerra dei Trent’anni e all’enorme devastazione che essa provocò nel cuore dell’Europa, per arrivare poi a quella che una parte della storiografia ha definito la “seconda Guerra dei Trent’anni” europea: il lungo ciclo di conflitti che, dal 1914 al 1945, comprese le due guerre mondiali e ridisegnò profondamente gli equilibri del continente. In poco più di una generazione, le grandi potenze europee, che all’inizio del Novecento dominavano il pianeta, si suicidarono, lasciando spazio a nuovi egemoni mondiali.

Ma allora perché la guerra è stata - e continua a essere - un elemento così ricorrente nella storia dell’uomo?

Le risposte possibili sono molte ma, continuando a prendere in prestito categorie dall’economia, una chiave di lettura mi sembra particolarmente interessante: chi decide una guerra e chi ne sopporta il costo non sono necessariamente gli stessi soggetti. È il classico problema di agency.

Il paragone con l’economia, a questo punto, non è così azzardato come sembra.

Quante imprese solide e fiorenti abbiamo visto distruggere valore perché il loro management, spinto dall’ambizione, dall’avidità o dalla convinzione di poter continuare a vincere, ha assunto rischi sempre maggiori? Alla fine pagano gli azionisti, i creditori, i dipendenti. E, se alla cattiva gestione si accompagnano reati, anche il dirigente che pensava di governare il gioco può finire in galera.

Su una scala diversa, la storia delle nazioni conosce dinamiche che ricordano questo meccanismo. Classi dirigenti convinte della propria forza hanno sopravvalutato le proprie possibilità, sottovalutato l’avversario e continuato a rilanciare. Hanno portato interi Paesi alla rovina e sono poi state esse stesse travolte dalla sconfitta: deposte, esiliate, processate, incarcerate e, nei casi estremi che la storia conosce, mandate alla forca.

Il parallelismo è forse brutale, ma il meccanismo è simile: chi decide può credere, nel momento della decisione, che il grosso del rischio ricadrà su altri e scoprire troppo tardi di aver scommesso anche sé stesso.

È, in fondo, una logica da gambler. Chi decide una guerra può considerarla una scommessa. Chi la combatte, chi perde un figlio, chi vede distrutta la propria casa o chi ne pagherà il debito, generazioni dopo, quella scommessa spesso non l’ha mai fatta.

Credo sia qui che l’esercizio sul break-even smette di essere soltanto un gioco intellettuale.

In questo tempo inquieto, non resta che augurarsi che la ragione sappia ancora prevalere sull’azzardo e che chi è chiamato a decidere conservi sempre la consapevolezza del prezzo delle proprie scelte, soprattutto quando saranno altri a doverlo pagare.

Per chi volesse approfondire:

Sulla stima delle risorse e del lavoro necessari alla costruzione dei monumenti preistorici: A.G. Zena, The scale of social labor investments and social practices behind the construction of megalithic stele monuments in south Ethiopia, Journal of Anthropological Archaeology 64 (2021), DOI: 10.1016/j.jaa.2021.101372.

Su Göbekli Tepe, produzione alimentare e grandi attività collettive: L. Dietrich et al., Cereal processing at Early Neolithic Göbekli Tepe, southeastern Turkey, PLOS ONE 14 (2019), DOI: 10.1371/journal.pone.0215214.

Per le spiegazioni economico-razionali della guerra e i problemi di agency: J.D. Fearon, Rationalist Explanations for War, International Organization 49 (1995), DOI: 10.1017/S0020818300033324; S.E. Croco, The Decider’s Dilemma: Leader Culpability, War Outcomes, and Domestic Punishment, American Political Science Review 105 (2011), DOI: 10.1017/S0003055411000219.

Sul costo economico della Guerra dei Trent’anni: V. Gierok, The Thirty Years’ War and the Decline of Urban Germany, Oxford Economic and Social History Working Papers (2023), https://www.economics.ox.ac.uk/publication/1580070/ora-hyrax.

Sull’interpretazione del 1914-1945 come “seconda Guerra dei Trent’anni”: J. Echternkamp, 1914–1945: A Second Thirty Years War? Advantages and Disadvantages of an Interpretive Category, DOI: 10.1515/9780857452870-015.

Per una prospettiva contemporanea sul costo della guerra: Brown University, Watson Institute, Costs of War Project, https://costsofwar.watson.brown.edu/.

Nota: il riferimento al “break-even calorico” richiamato nel testo è un mio esercizio sperimentale; non è necessariamente una conclusione proposta dagli autori richiamati.