Nel fine settimana, mi capita di andare con mia figlia alla ricerca di libri “dimenticati”: volumi ormai vecchiotti che, a prima vista, sembrano non avere più molto da raccontare.
Qualche volta, però, basta guardarli meglio.
È così che mi è capitato tra le mani, al prezzo di un paio di caffè, un piccolo libro per ragazzi del 1938: L’omino turchino di Giuseppe Fanciulli, prolifico e oggi dimenticato autore di letteratura per l’infanzia, impreziosito dalle bellissime illustrazioni di Guido Colucci.
Su una delle prime pagine, quasi novant’anni fa, una bambina di nome Maria Luisa scrisse con grafia attenta una dedica. Con «tanti auguri» regalava il libro a qualcuno di cui non conosceremo mai il nome.
Ma questo esemplare racconta anche un’altra storia.
Il colophon indica come editore la «R. Bemporad & F.» di Firenze. Sulla copertina e sul frontespizio, tuttavia, il nome Bemporad è stato coperto da un cartiglio di carta recante una nuova denominazione: «Casa Editrice Marzocco».
La Bemporad era una casa editrice fiorentina, appartenente a una famiglia ebraica e specializzata nella letteratura per ragazzi e nei testi scolastici. Il suo vasto catalogo comprendeva Le avventure di Pinocchio, Il giornalino di Gian Burrasca, i romanzi di Salgari e le novelle di Pirandello. Negli anni Trenta la casa editrice entrò in difficoltà, forse anche per le conseguenze dell’introduzione del testo unico di Stato nelle scuole elementari. Enrico Bemporad, che allora la guidava, lasciò la direzione alla fine del 1934, mentre nella società entravano nuovi azionisti.
Bemporad non era stato estraneo né apertamente ostile al fascismo: risulta, anzi, che avesse aderito alla Federazione nazionale fascista degli industriali editori. Eppure, nel 1938, le leggi razziali cancellarono il suo nome dall’impresa alla quale aveva dedicato la vita. Dal 17 ottobre di quell’anno la società assunse la denominazione di Marzocco, dal leone simbolo di Firenze.
Per aggiornare il marchio non si procedette a ristampare il volume. Sugli esemplari già pronti bastò coprire il vecchio nome con il nuovo. Quel piccolo pezzo di carta incollato sul frontespizio conserva così la traccia materiale di una persecuzione: non soltanto il cambiamento di una denominazione sociale, ma la cancellazione pubblica di un nome.
Questo libriccino mi ha così richiamato alla memoria la vicenda di un altro altro editore dell'epoca, Angelo Fortunato Formiggini, modenese, ebreo, coltissimo e ironico, nato nel 1878. Aveva costruito la propria identità sull’idea della cultura come strumento di fratellanza e sul valore civile del riso. Pubblicava libri eleganti, illustrati e accessibili. Nel corso delle mie estemporanee "campagne di scavo", ho avuto la fortuna di trovare anche un paio di volumi della sua collana Classici del ridere.
Formiggini era profondamente patriottico: aveva partecipato alla Prima guerra mondiale e inizialmente aveva guardato con favore al fascismo. Le leggi razziali lo colpirono perciò anche come un intollerabile tradimento. Si sentiva pienamente italiano e non concepiva la propria origine ebraica come un’identità separata; improvvisamente, si vide dichiarare estraneo al Paese al quale aveva dedicato la propria vita.
Il 29 novembre 1938, pochi giorni dopo il regio decreto che sanciva l’esclusione degli ebrei dalla vita civile ed economica, salì sulla Ghirlandina di Modena e si gettò dalla torre, trasformando la propria morte in un’estrema protesta.
Ma torniamo al nostro libro, la cui storia continua sulla quarta di copertina. Al prezzo originario di sei lire, indicato al momento della pubblicazione nel 1938, fu sovrapposto nel 1940 un altro cartiglio. Autorizzava un aumento del cinque per cento in conseguenza dell’introduzione dell’imposta generale sull’entrata. Istituita nel gennaio di quell’anno, mentre l’Italia si preparava a entrare nella Seconda guerra mondiale, l’IGE si inseriva nelle scelte fiscali dettate dalle crescenti esigenze finanziarie dello Stato.
Un nome coperto, un prezzo corretto e una dedica permettono così a questo libro di attraversare storie molto diverse: quella di un editore il cui nome fu cancellato; quella di un altro editore ebreo, che fece della propria morte un’estrema protesta contro quell’infamia; quella di un Paese che si avviava verso la guerra; e infine quella, privata e quasi del tutto perduta, di Maria Luisa.
Di lei non sappiamo altro. Ma il suo nome, a differenza di quello di Bemporad, è ancora lì e, in questi tempi nuovamente inquieti, sembra ricordarci, «che questo è stato» (Primo Levi).